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Il ritorno della carta stampata? Il digitale non è più l’unica strada

Il ritorno della carta stampata? Il digitale non è più l’unica strada

Dopo una lunga fase di bolla che potremmo definire di digitalizzazione «tout court» o selvaggia – in cui tutto doveva essere trasformato in simboli binari – sembra essere giunta l’era dell’analogismo di ritorno. Emblematico è il caso di Newsweek, storica testata Usa che dopo aver tentato la strada del puro web (l’ultima copertina in edicola titolava: «#LastPrintIssue», ovvero l’ultima uscita stampata) sta ora tornando nelle edicole in carta e inchiostro. L’avventura binaria, pur facendo risparmiare 40 milioni di euro di costi, non si è rivelata sostenibile. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, si po-trebbe pensare: chi nasce analogico non può pensare di scomparire nelle vene di Internet senza venirne stritolato.

Cosa dire allora di Instagram? L’app che permette di socializzare le fotografie, ritenuta responsabile insieme agli smartphone con macchina fotografica del declino di società come Polaroid, ha mandato un invito «cartaceo» per un grosso evento newyorkese. L’appuntamento è per oggi ma i rumor non si sono fatti attendere e già si parla di un servizio di printing on demand per avere su carta le foto migliori. In sostanza la società vorrebbe lanciare una piattaforma online per permettere di fare una copia delle immagini Instagram con tutti i crismi – come una volta si faceva entrando in un negozio e recitando il famoso claim pubblicitario «mi stampi il rullino su carta Kodak». Magari oggi il chief executive officer della società, Kevin Systrom, parlerà di tutt’altro. Ma, in ogni caso, che le attese siano per questo servizio racconta tanto di ciò che sta accadendo. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi (Amazon ha lanciato di recente un sevizio che permette agli autori di ebook di commercializzare anche la copia di carta). Alla fine pare che per dare un valore alle cose l’uomo debba toccarle e riporle in un cassetto. Non è che il digitale seguirà l’esempio del cibo? Siamo dovuti passare dal «fast food» per riscoprire lo «slow food». E pagarlo il doppio.

Di Massimo Sideri dal Corriere della Sera del 12 dicembre 2013

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