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Il vero giornalismo vive oltre Internet

Il vero giornalismo vive oltre Internet

Sapremo difendere il mestiere? O noi giornalisti faremo la fine di tessitori, linotipisti e bigliettai? Una macchina farà il lavoro per noi, oppure noi lavoreremo per una macchina. Il sogno di molti editori, in giro per il mondo, è una centrifuga di notizie, in grado di ingoiare tutto e produrre un succo commestibile e a buon mercato.

Vi chiederete perché mi vengono questi pensieri, fra tante vicende drammatiche (Kiev, qualcuno tiene all’Europa!), imprevedibili (Roma, un trentanovenne al governo!), buffe (Sanremo, salviamo Gramellini!). Risposta: perché dozzine di ragazzi continuano a chiedere come si diventa giornalista. Delle due, l’una: o sono pazzi o vedono più lontano di noi.

Cerchiamo di semplificare. Come ha fatto il giornalismo a resistere fino a oggi? Ha fornito un valore: informazione, interpretazione, intrattenimento. Perché queste cose, oggi, hanno meno mercato? Per due motivi: alcune vengono offerte gratuitamente, attraverso internet; e il desiderio d’informarsi diminuisce. Molti ritengono sufficiente l’ascolto distratto di un notiziario (“Ucraina, visto che casino?” Fine conversazione).

Basta guardarsi intorno: lo smartphone occupa l’attenzione e il tempo di quasi tutti. Lo strumento ha conquistato i luoghi dove si leggeva il quotidiano: il treno, la metropolitana, il bar, la sala d’aspetto. Quel piccolo schermo ci mette al centro della narrazione: quella è la sua  forza. Mail, sms, WhatsApp, Facebook, Twitter, Instagram: tutto ruota intorno al titolare del numero, dell’account, del profilo. I giornali non si battono contro altri media, ma contro l’egocentrismo e la pretesa di autosufficienza. Siamo innamorati di noi stessi, e non vogliamo rivali o distrazioni.

Continuo a pensare che un giornale sia un romanzo a puntate: racconta la vita, che ha molte forme (passa per un ministero e sbatte su un’imposta, scivola su un volto e vola su un palcoscenico, guarda lontano e si ferma sopra un campo di calcio). Ritengo che essere informati sia fondamentale: oggi più che mai, anche se costa un po’ d’impegno. Chi sa, fa. Chi non sa, prova (in affari, in società, perfino in amore).

Non è facile convincervi, lo so. Chi vuol vendervi qualcosa – un servizio, un prodotto, un’idea politica – non è così contento di sapervi informati: vi preferisce ignoranti e ansiosi, pronti a spendere o a votare in cerca di rivalsa e consolazione. L’unica soluzione? Produrre un giornalismo coinvolgente e rilevante per la vostra vita. Un quotidiano non sarà mai emozionante come il fumetto Whatsapp che lei/lui vi ha spedito ieri sera. Ma vi aiuterà a capire prima, ragionare di più e decidere meglio.

Se noi giornalisti non saremo capaci di far questo, il nostro mestiere è finito. Ai futuri colleghi – i ragazzi che oggi scrivono e s’entusiasmano – verrà chiesto solo di alimentare la centrifuga, per pochi soldi e senza farsi domande.  A voi che oggi leggete, verrà imposto di trangugiare quel succo e tacere.

Beppe Severgnini

dal Corriere della Sera di giovedì 20 febbraio 2014

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