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L’ABOLIZIONE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI

L’ABOLIZIONE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI

Editoriale di Francesco Amodei, presidente dell’Associazione Autori

Tre i blocchi che esprimeranno in Parlamento, non appena si insidieranno le Camere, il voto e la scelta dei loro rappresentanti da parte dei cittadini: centrosinistra (Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà), centrodestra (Popolo della Libertà) e Movimento 5 Stelle. Difficile fare previsioni sul Governo che guiderà il nostro Paese, anche se le ipotesi si moltiplicano mutando ogni giorno, in attesa che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si esprima (dopo la metà di marzo) per affidare un primo mandato esplorativo. Incarico che finirà presumibilmente a Pierluigi Bersani, che, seppure di poche centinaia di migliaia di voti, è risultato con la sua coalizione il più votato in Italia. Tre le combinazioni possibili: Bersani-Berlusconi, oppure Bersani-Grillo, ed anche Governo tecnico con l’appoggio auspicabile di un’ampia maggioranza parlamentare. Ma al di là di chi andrà ad occupare Palazzo Chigi, sede operativa del presidente del Consiglio dei Ministri, torna fortemente d’attualità l’ABOLIZIONE dell’ORDINE dei GIORNALISTI. Si tratta di un’azione forte, dal grande risvolto emotivo e dalle conseguenze incalcolabili, nelle sue negatività, ma anche nelle positività. Argomento che aveva occupato l’agenda parlamentare soprattutto negli anni tra il 2008 e il 2010, ma che il caso Sallusti ha rispolverato riponendolo al centro del fuoco incrociato dell’Ordine, di alcuni partiti e del sindacato, oltre a quello di numerose associazioni legate all’informazione. A farlo dunque riemergere per affidarlo al suo destino è soprattutto in queste ore la precisa e netta presa di posizione del Movimento 5 Stelle, che nel suo programma indica l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti come un intervento da farsi “al più presto”. Proposta che trova nettamente contrario il Partito Democratico e tiepidamente favorevole il Popolo della Libertà, cui appartiene una proposta di legge, l’ultima forte, degli onorevoli Guglielmo Picchi e Gabriella Carlucci, alla quale non seguì però neppure la discussione alla Camera, data la crisi di Governo che ha portato all’avvento di Mario Monti. Cammino ripreso qualche mese fa, sempre dopo il carcere inflitto a Sallusti, dai radicali Donatella Poretti e Marco Perduca. E scalpore fece anche una dichiarazione di Marco Travaglio nel 2008 durante il dibattito organizzato dal Gruppo di Fiesole sulla riforma dell’Ordine professionale, quando si disse NON CONTRARIO all’abolizione dell’’Ordine dei Giornalisti.

E oggi riecheggiano anche le parole, al tempo lanciate come pietre, di Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica, economista, politico, giornalista, nato a Carrù nel 1878 e morto a Roma nel 1961: “Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa. Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che gli altri dicono o presentano male. Giudice della dignità o indegnità del giornalista non può essere il giornalista, neppure se eletto membro del consiglio dell’ordine od altrimenti chiamato a dar sentenza sui colleghi. In una professione della quale tutti possono essere chiamati a far parte per una ora o per un anno o per tutta la vita nella quale sono sempre vissuti, gli uni accanto agli altri, imbrattacarte e grandi pubblicisti, che cosa significa un tribunale di pari? Null’altro che uno strumento fazioso per impedire agli avversari, agli antipatici, ai giovani, agli sconosciuti l’espressione libera del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”.

La proposta di legge degli onorevoli del Popolo della Liberta, Guglielmo Picchi e Gabriella Carlucci, del 29 novembre 2010

“L’Ordine dei giornalisti, ha garantito non la libertà di stampa di tutti i cittadini come previsto dalla Costituzione, ma la libertà della stampa, intesa come corporazione giornalistica. Se infatti negli Stati Uniti d’America il «of Speech» è un bene costituzionalmente protetto e garantito anche alle persone giuridiche e non solo alle persone fisiche, in Italia, invece, la legge n. 69 del 1963 ha stabilito, all’articolo 45, che «Nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell’albo professionale» nei fatti contravvenendo al dettato dell’articolo 21 della Costituzione che stabilisce che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». La professione giornalistica è chiusa, di casta. Per arrivare a poterla praticare il percorso è complesso e spesso pieno di compromessi, raccomandazioni e lottizzazioni. Con questa proposta di legge si vuole porre un rimedio a tale situazione. La soppressione dell’Ordine dei giornalisti, infatti, elimina un’anomalia italiana all’interno dell’Unione europea e restituisce piena dignità professionale a chi svolge effettivamente la professione di giornalista. L’articolo 5 prevede, infatti, che l’iscrizione al registro sia valida fino al momento in cui l’attività giornalistica cessa, abolendo, da una parte, la qualifica (altrove sconosciuta) di «pubblicista» e, dall’altra, lo status sociale vitalizio, indipendente dall’esercizio della professione, di «giornalista professionista». In questa proposta di legge non è previsto un periodo di praticantato, dal momento che l’apprendistato professionale è stato di fatto cancellato nella realtà delle redazioni proprio dalla legge in vigore e sostituito da lavoro nero, sottopagato e privo di diritti. L’iscrizione al registro dei giornalisti supera, infine, l’assurda discriminazione tra redattori di quotidiani da una parte e redattori di emittenti radiofoniche o televisive di agenzie e di periodici specializzati dall’altra, indipendentemente dal fatto che i suddetti mezzi di comunicazione abbiano diffusione per via tradizionale o telematica, salvaguardando in tal modo le forme più moderne di accesso alla professione”. Gli articoli presenti nella proposta: al primo si prevede l’abrogazione della legge «3 febbraio 1963, numero 69, sull’ordinamento della professione di giornalista ed il relativo regolamento di attuazione». L’abolizione dell’Ordine andrà di pari passo con l’istituzione di un «registro dei giornalisti» da custodire «presso l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni». L’articolo 3 indica che possono iscriversi al registro i giornalisti professionisti, «intendendosi con tale espressione l’avere per occupazione principale, regolare e retribuita, l’esercizio della professione di giornalista in una pubblicazione quotidiana o periodica, in una emittente radiofonica o televisiva o in una agenzia di stampa», anche in caso di diffusione «prevalentemente telematica». Possono fare domanda anche i «giornalisti liberi», che non sono al servizio di un’unica testata ma che «esercitino il giornalismo come occupazione principale e regolare, ricavandone le principali risorse». Via libera anche per «fotoreporter, cineoperatori e reporter-cameraman» se rispondono ai requisiti indicati. La domanda si può presentare solo dopo un anno di attività: la proposta di legge abolisce anche il praticantato di accesso alla professione. L’autorità per le garanzie nelle comunicazioni si occuperà di accogliere o respingere le domande. L’iscrizione al registro, dice poi l’articolo 5, «è rinnovata ogni tre anni» e «il titolare decade da ogni beneficio» quando cessano le condizioni previste per l’iscrizione. Questa legge annullerebbe così «lo status sociale vitalizio» di giornalista, come è spiegato nell’introduzione, e abolirebbe anche «la qualifica (altrove sconosciuta) di pubblicista».

Nel programma del M5S di Beppe Grillo ben in evidenza l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, in una più ampia revisione di tutta la sfera dell’informazione

«Se il controllo dell’informazione è concentrato in pochi attori, inevitabilmente si manifestano derive antidemocratiche. Se l’informazione ha come riferimenti i soggetti economici e non il cittadino, gli interessi delle multinazionali e dei gruppi di potere economico prevalgono sugli interessi del singolo. L’informazione quindi è alla base di qualunque altra area di interesse sociale. Il cittadino non informato o disinformato non può decidere, non può scegliere. Assume un ruolo di consumatore e di elettore passivo, escluso dalle scelte che lo riguardano.

Le proposte:

• Cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano

• Eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche

• Nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%

• Le frequenze televisive vanno assegnate attraverso un’asta pubblica ogni cinque anni

• Abolizione della legge del governo D’Alema che richiede un contributo dell’uno per cento sui ricavi agli assegnatari di frequenze televisive

• Nessun quotidiano con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato diffuso con proprietà massima del 10%

• ABOLIZIONE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI

• Vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici

• Un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale,indipendente dai partiti

• Abolizione della legge Gasparri

• Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale

• Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia, e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico

• Introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete

• Eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa

• Allineamento immediato delle tariffe di connessione a Internet e telefoniche a quelle europee

• Tetto nazionale massimo del 5% per le società di raccolta pubblicitaria facenti capo a un singolo soggetto economico privato

• Riduzione del tempo di decorrenza della proprietà intellettuale a 20 anni

• Abolizione della legge Urbani sul copyright

• Divieto della partecipazione azionaria da parte delle banche e di enti pubblici o para pubblici a società editoriali

• Depenalizzazione della querela per diffamazione e riconoscimento al querelato dello stesso importo richiesto in caso di non luogo a procedere (importo depositato presso il tribunale in anticipo in via cautelare all’atto della querela)

• Abolizione della legge Pisanu sulla limitazione all’accesso wi fi.

Il Partito radicale e gli interventi, dopo il caso Sallusti, degli onorevoli Donatella Poretti e Marco Perduca

«Se dal caso Sallusti si deve partire per rivedere e aggiustare le norme sulla diffamazione a mezzo stampa, su cui forse era più utile vigilare di una corretta applicazione di quelle attuali, cogliamo l’occasione per abolire l’Ordine dei Giornalisti! Del resto proprio il caso Sallusti ne dimostra l’inutilità come organo di controllo sui propri associati (il direttore in questione) e tantomeno impedire che persone non iscritte (o radiate come Farina) scrivano (e/o diffamino) a mezzo stampa. L’Ordine dei Giornalisti resta solo come istituzione pubblica retaggio dei fasci e delle corporazioni che tutela e distribuisce prebende ai propri associati. Come tutti gli ordini blocca il libero mercato e il libero esercizio di una professione e di espressione. Per questo come Radicali abbiamo presentato un emendamento per abolirlo al Decreto di Legge 3491 sulla diffamazione».

E Marco Travaglio nel 2008 disse: «Oggi non voterei no all’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti»

«A differenza di qualche anno fa, non voterei più il “no” all’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. In questo momento gli Ordini professionali continuano a non essere un concetto superato, se però servono effettivamente a fare quello che dovrebbero fare, ma vedo una crisi generale degli Ordini. Per esempio, io abolirei quello degli avvocati, almeno fino a quando non espelle gente condannata in maniera definitiva dalla legge e il caso Previti è palese. Sono invece favorevole all’Ordine se è un cane da guardia contro chi racconta balle. Mi chiedo perché Vespa non venga chiamato in causa per le sue numerose balle che spesso racconta in televisione. Ed in fatto di interventi dell’Ordine professionale della categoria ci si è trovati finora di fronte ad omissioni clamorose e intromissioni clamorose. Ci sono casi di colleghi con blandissime sanzioni ricevute per aver trafficato in affari inerenti slot machine o per aver ricevuto orologi, come pure addetti stampa al mattino per attività sponsorizzate da aziende presso cui lavorano al pomeriggio».

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